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P.O.V. Punto di vista
La Spezia 03 Febbraio 2011 ore 11:03:04
di Marco Ursano
Quando un sistema informatico non funziona, vuol dire che qualcuno ha commesso errori tecnici. Non si scappa. Non esiste la casualità. Per un’applicazione può essere il codice sbagliato, per un “ingorgo” in rete una connessione poco “potente” o poca banda utilizzata. Errori tecnici. In una situazione normale, lavorativa o di relazione, il malfunzionamento di un sistema o di un’applicazione irrita, non poco, ma si rimane nell’ambito della perdita di tempo. Grave in un conteso lavorativo, e qui ci torniamo, meno in uno “privato”. Pensiamo ad un conto corrente on line, all’accesso ad un sito di informazione o di intrattenimento, all’acquisto di un prodotto su una piattaforma di e-commerce, ad un corso di formazione in modalità e-learning. O, a postare la nostra baggianata quotidiana sul profilo di Facebook. Tutte operazioni che, se non vanno a buon fine, ci creano problemi che hanno un certo impatto, ma ancora governabili.
Pensiamo invece quando da un click dipende la nostra vita. Ad esempio, un immigrato che vuole essere regolarizzato. O un medico che deve inviare un certificato medico digitale ad un datore di lavoro. Perché ne va, nel primo caso, della giustizia sociale e del percorso individuale di un essere umano; nel secondo, della salute di un cittadino, magari in gravi condizioni, e della relazione tra essa ed il suo lavoro. Sembra poco?
Nel caso del click day per le regolarizzazioni degli immigrati, procedura che parte dal sito del Ministero degli Interni, non si può, onestamente, parlare di malfunzionamento. Il sistema è farraginoso, ma si può procedere, passo dopo passo, o meglio, click dopo click. Ma il fatto che sia, appunto, farraginoso è un limite intrinseco, e qui si può aprire il grande dibattito sull’usabilità delle interfacce web; in parole povere, sulla capacità di progettare sistemi sempre più intuitivi ed immediati, in modo da snellire e facilitare pratiche di questo tipo e l’approccio alle applicazioni di Rete in generale. Chiaro che se si pretende di trasferire sulla Rete la “logica” distorta della burocrazia, si opera una forzatura semantica tale da mandare in tilt qualsiasi sistema basato su regole cognitive basilari.
Per il click day sull’immigrazione, il tema è anche politico e culturale. Una sorta di sanatoria mascherata, altamente discriminatoria. Già il 31 gennaio, il primo giorno, le domande sono state 303.252, sei volte superiori alla disponibilità di 52.080 e tutto si è giocato nell’arco di circa 24 secondi dall’apertura dell’accesso telematico alla procedura, alle ore 8. 24 secondi per essere dentro o fuori. 24 secondi per ottenere, o meno, una possibilità di vita. In questo caso, non è la tecnologia ad essere “inumana”. Inumani sono coloro che hanno pensato e realizzato una simile procedura.
Anche il caso dei certificati medici digitali è emblematico. Voluti dal Ministro Brunetta per combattere l’assenteismo ed innovare le procedure nella Pubblica Amministrazione grazie ad una nuova tracciabilità, facilità di archiviazione e di spedizione, secondo l’Ordine dei Medici si sono rivelati un autentico flop a causa di continui malfunzionamenti del sistema. I medici, che comunque richiamano i dati dello stesso Ministero, dicono che in dieci mesi sono stati inviati 5 milioni di certificati a fronte di un volume medio di 50 milioni di documenti l’anno. Proprio un fallimento, quindi. Uno dei tanti che avvengono e sono avvenuti quando la Pubblica Amministrazione, o in genere le Istituzioni, si avvicinano agli strumenti informatici e digitali, sia come servizi sia per la parte normativa. Basti pensare all’assurdità della legge Stanca per l’accessibilità dei siti web, ad i continui tentativi della politica di imbrigliare e normalizzare il mondo dei blogger o dei social network, il fatto che nel nostro Paese, checché ne dicano lor signori che si riempiono la bocca di frasi roboanti come “autostrade digitali”, per avere finalmente la banda larga e la libera connettività wireless bisognerà attendere l’era degli Jedi di Guerre Stellari.
E qui il motivo è semplice, intuitivo. Grandi gruppi editoriali, che di fatto detengono nel nostro Paese un “monopolio condiviso” sull’informazione, non hanno interesse a perdere vantaggi di mercato, che difendono con le unghie e con i denti grazie alla politica “amica”. Pensiamo solo per un istante cosa potrebbe essere la “web tv” (non voglio sembrare immodesto, ma basta guardare Cronaca4 nel nostro piccolo) se ci fosse davvero la banda larga funzionante ed accessibile in modo democratico. E sulla web tv questo governo, chissà perchè, sta pensando a regole per scoraggiare i piccoli editori indipendenti, introducendo sanzioni pesanti e procedure per le autorizzazioni degne di Kafka.
Le conquiste tecnologiche sono un vantaggio per l’umanità se il loro uso è condiviso e democratico. Se lo scopo è favorire la crescita economica, culturale e sociale, non consolidare ed accrescere il potere di oligarchie. Tanto meno se diventano uno strumento di oppressione per le popolazioni.
Per fortuna, c’è la Rete, che da sola non basta, ma aiuta.
Segnalo un’importante iniziativa: la campagna per “l’agenda digitale”. “Diamo all’Italia una strategia digitale” è il pay off. Una proposta, come recita il manifesto “per i giovani che si costruiscono una prospettiva, per le piccole imprese che devono competere nel mondo, per i cittadini che cercano una migliore qualità della vita, l’opportunità offerta dalla tecnologia è irrinunciabile.”
Ed ancora: “Ci rivolgiamo a tutte le forze politiche, nessuna esclusa, sollecitando il loro impegno a porre concretamente questo tema al centro del dibattito politico nazionale. Chiediamo, entro 100 giorni, la redazione di proposte organiche per un’Agenda Digitale per l’Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo Paese, operano in prima linea su questo tema. Richiamiamo l'attenzione di tutte le forze politiche, gli imprenditori, i lavoratori, i ricercatori, i cittadini, perché non vedano in queste parole la missione di una sola parte, ma di tutto il Paese.”
Che dite, è da sostenere? Pensiamo proprio di sì. Per aderire c’è il gruppo su Facebook oppure http://www.agendadigitale.org. Si possono inviare proposte, è un’opportunità da cogliere.
Punto di vista.
Marco Ursano
Punto di Vista. Sì, la vita è tutta un click: aderiamo ad Agenda Digitale
La Spezia 03 Febbraio 2011 ore 11:03:04di Marco Ursano
Quando un sistema informatico non funziona, vuol dire che qualcuno ha commesso errori tecnici. Non si scappa. Non esiste la casualità. Per un’applicazione può essere il codice sbagliato, per un “ingorgo” in rete una connessione poco “potente” o poca banda utilizzata. Errori tecnici. In una situazione normale, lavorativa o di relazione, il malfunzionamento di un sistema o di un’applicazione irrita, non poco, ma si rimane nell’ambito della perdita di tempo. Grave in un conteso lavorativo, e qui ci torniamo, meno in uno “privato”. Pensiamo ad un conto corrente on line, all’accesso ad un sito di informazione o di intrattenimento, all’acquisto di un prodotto su una piattaforma di e-commerce, ad un corso di formazione in modalità e-learning. O, a postare la nostra baggianata quotidiana sul profilo di Facebook. Tutte operazioni che, se non vanno a buon fine, ci creano problemi che hanno un certo impatto, ma ancora governabili.
Pensiamo invece quando da un click dipende la nostra vita. Ad esempio, un immigrato che vuole essere regolarizzato. O un medico che deve inviare un certificato medico digitale ad un datore di lavoro. Perché ne va, nel primo caso, della giustizia sociale e del percorso individuale di un essere umano; nel secondo, della salute di un cittadino, magari in gravi condizioni, e della relazione tra essa ed il suo lavoro. Sembra poco?
Nel caso del click day per le regolarizzazioni degli immigrati, procedura che parte dal sito del Ministero degli Interni, non si può, onestamente, parlare di malfunzionamento. Il sistema è farraginoso, ma si può procedere, passo dopo passo, o meglio, click dopo click. Ma il fatto che sia, appunto, farraginoso è un limite intrinseco, e qui si può aprire il grande dibattito sull’usabilità delle interfacce web; in parole povere, sulla capacità di progettare sistemi sempre più intuitivi ed immediati, in modo da snellire e facilitare pratiche di questo tipo e l’approccio alle applicazioni di Rete in generale. Chiaro che se si pretende di trasferire sulla Rete la “logica” distorta della burocrazia, si opera una forzatura semantica tale da mandare in tilt qualsiasi sistema basato su regole cognitive basilari.
Per il click day sull’immigrazione, il tema è anche politico e culturale. Una sorta di sanatoria mascherata, altamente discriminatoria. Già il 31 gennaio, il primo giorno, le domande sono state 303.252, sei volte superiori alla disponibilità di 52.080 e tutto si è giocato nell’arco di circa 24 secondi dall’apertura dell’accesso telematico alla procedura, alle ore 8. 24 secondi per essere dentro o fuori. 24 secondi per ottenere, o meno, una possibilità di vita. In questo caso, non è la tecnologia ad essere “inumana”. Inumani sono coloro che hanno pensato e realizzato una simile procedura.
Anche il caso dei certificati medici digitali è emblematico. Voluti dal Ministro Brunetta per combattere l’assenteismo ed innovare le procedure nella Pubblica Amministrazione grazie ad una nuova tracciabilità, facilità di archiviazione e di spedizione, secondo l’Ordine dei Medici si sono rivelati un autentico flop a causa di continui malfunzionamenti del sistema. I medici, che comunque richiamano i dati dello stesso Ministero, dicono che in dieci mesi sono stati inviati 5 milioni di certificati a fronte di un volume medio di 50 milioni di documenti l’anno. Proprio un fallimento, quindi. Uno dei tanti che avvengono e sono avvenuti quando la Pubblica Amministrazione, o in genere le Istituzioni, si avvicinano agli strumenti informatici e digitali, sia come servizi sia per la parte normativa. Basti pensare all’assurdità della legge Stanca per l’accessibilità dei siti web, ad i continui tentativi della politica di imbrigliare e normalizzare il mondo dei blogger o dei social network, il fatto che nel nostro Paese, checché ne dicano lor signori che si riempiono la bocca di frasi roboanti come “autostrade digitali”, per avere finalmente la banda larga e la libera connettività wireless bisognerà attendere l’era degli Jedi di Guerre Stellari.
E qui il motivo è semplice, intuitivo. Grandi gruppi editoriali, che di fatto detengono nel nostro Paese un “monopolio condiviso” sull’informazione, non hanno interesse a perdere vantaggi di mercato, che difendono con le unghie e con i denti grazie alla politica “amica”. Pensiamo solo per un istante cosa potrebbe essere la “web tv” (non voglio sembrare immodesto, ma basta guardare Cronaca4 nel nostro piccolo) se ci fosse davvero la banda larga funzionante ed accessibile in modo democratico. E sulla web tv questo governo, chissà perchè, sta pensando a regole per scoraggiare i piccoli editori indipendenti, introducendo sanzioni pesanti e procedure per le autorizzazioni degne di Kafka.
Le conquiste tecnologiche sono un vantaggio per l’umanità se il loro uso è condiviso e democratico. Se lo scopo è favorire la crescita economica, culturale e sociale, non consolidare ed accrescere il potere di oligarchie. Tanto meno se diventano uno strumento di oppressione per le popolazioni.
Per fortuna, c’è la Rete, che da sola non basta, ma aiuta.
Segnalo un’importante iniziativa: la campagna per “l’agenda digitale”. “Diamo all’Italia una strategia digitale” è il pay off. Una proposta, come recita il manifesto “per i giovani che si costruiscono una prospettiva, per le piccole imprese che devono competere nel mondo, per i cittadini che cercano una migliore qualità della vita, l’opportunità offerta dalla tecnologia è irrinunciabile.”
Ed ancora: “Ci rivolgiamo a tutte le forze politiche, nessuna esclusa, sollecitando il loro impegno a porre concretamente questo tema al centro del dibattito politico nazionale. Chiediamo, entro 100 giorni, la redazione di proposte organiche per un’Agenda Digitale per l’Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo Paese, operano in prima linea su questo tema. Richiamiamo l'attenzione di tutte le forze politiche, gli imprenditori, i lavoratori, i ricercatori, i cittadini, perché non vedano in queste parole la missione di una sola parte, ma di tutto il Paese.”
Che dite, è da sostenere? Pensiamo proprio di sì. Per aderire c’è il gruppo su Facebook oppure http://www.agendadigitale.org. Si possono inviare proposte, è un’opportunità da cogliere.
Punto di vista.
Marco Ursano

