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P.O.V. Punto di vista
La Spezia 28 Febbraio 2011 ore 15:31:27
di Marco Ursano
E naturalmente si sprecheranno i commenti e le analisi, un po’ di sociologia e un po’ di costume, la riflessione sui “gggiovani” e sui valori negati da questa società consumistica. Pietismo peloso, analisi psicologiche da televisione di pomeriggio, “era un bravo ragazzo”, abusi di droghe ed alcol un tanto al chilo, ribalta nazionale perché ogni comunità reclama le sue Sara e le sue Yara.
Ci mancano solo le analisi “politiche” su cosa è il divertimento serale, e notturno, di destra e di sinistra; speriamo si astengano. Del resto, dirlo sarà anche qualunquistico, ma se c’è un segmento sociale, un soggetto dal quale la politica di destra e sinistra è distante anni luce sono proprio quei giovani che il week end lo passano nei locali.
La triste realtà è molto poco affascinante, anche da un punto di vista mediatico, e drammaticamente prosaica. Un delitto di periferia consumato al buio della periferia. Ragazzi “normali” che si scagliano l’uno contro l’altro per futili motivi, chi frequenta locali lo sa, le risse sono all’ordine del giorno, anche nei posti “giusti”. Qualche volta sono occhi neri, costole incrinate, domenica notte una coltellata al cuore, non metaforica. Chi può solo immaginarsi cosa ci vuole per colpire una persona mortalmente al cuore? Il livello di forza, di rabbia cieca?
Questi fatti di cronaca, così brutali da sembrare irreali, ma purtroppo succedono, sono campanelli di allarme tragici, punte di iceberg. Nascono e prolificano in un humus di solitudine e precarietà, le condizioni di patimento maggiore dei giovani oggi, siano essi consapevoli o meno del loro stato. La “caduta dei valori”, da tutti esecrata, è proprio la condizione culturale di massa che fa comodo al potere. E’ coltivata, alimentata, ogni giorno che Dio manda in terra. Bene lo aveva capito, ed anticipato, Pasolini. Il dominio sull’ignoranza è quello più facile. State buoni, ragazzi, tanto avete il fine settimana per sfogarvi. Cosa importa se non avete un lavoro, se a trent’anni state ancora in casa con i genitori? Niente paura, c’è il week end che vi aspetta, l’industria della pasticca e del gin tonic. Una volta erano leoni e cristiani nel Circo.
E’ quasi matematica: un po’ ne muoiono sulle strade, un po’ in risse nelle discoteche. Darwinismo sociale allo stato puro, quale Stato potrà permettersi le pensioni a tutti questi scalmanati quando saranno vecchi?
E’ vero, niente di tutto questo giustifica il fatto di uscire di casa con il coltello in tasca. Ogni individuo è un universo a sé, e le voragini di orrore sono più o meno profonde in tutti noi, a volte non c’è nemmeno il coraggio di guardarci dentro. Al volte il confine tra il commettere un delitto o non farlo è solo un bicchiere di troppo, o il caso. Ma è anche vero che un individuo è anche il prodotto della sua educazione, delle sue frequentazioni, delle sue letture o non letture, del contesto in cui vive. Della sua famiglia. Ma che colpa può avere una madre se un figlio pianta un coltello nel petto di un suo coetaneo?
C’è anche un’altra lettura, quella della follia. Può far comodo, non c’è dubbio. E’ perfetta per tapparsi gli occhi e credere che delitti del genere siano solo “deviazioni” di personalità disturbate e che la società non c’entri nulla. Anche qui, storicamente i “pazzi” sono stati il capro espiatorio di molte nefandezze compiute da esseri assolutamente sani di mente.
Cosa resta allora? Innanzi tutto, tanta tristezza dentro, talmente tanta che non si può dire. Ognuno potrà chiamarla come vuole, ma quella è. Una tristezza talmente profonda che non può essere solo un fatto privato, ma è, deve, essere una condizione collettiva. Deve essere il sentimento di una comunità intera.
Cosa si può fare? Chi ha una risposta si alzi. Intanto, essere meno ipocriti, riconoscere il disagio quando c’è, ma non giustificare mai l’assenza di responsabilità. A venticinque anni si può, si deve, essere responsabili, verso se stessi e gli altri. E poi, rifiutare la normalità della violenza. Quello che è accaduto domenica non può essere bollato come normale, quasi fosse un incidente di percorso. Morire in giovane età è quanto di più anormale ci possa essere. Basta con questa tragedia della normalità. Per l'orazione sui valori, decliniamo l’invito. Chi ne parla, di solito non ce li ha e non li pratica. Gli esempi nelle cronache si sprecano. Più semplicemente, servirebbe un poco di amore verso il prossimo. Sì, proprio quello. Cristiano o laico, poco importa. Punto di vista.
Marco Ursano
Punto di vista. La tragedia della normalità
La Spezia 28 Febbraio 2011 ore 15:31:27di Marco Ursano
E naturalmente si sprecheranno i commenti e le analisi, un po’ di sociologia e un po’ di costume, la riflessione sui “gggiovani” e sui valori negati da questa società consumistica. Pietismo peloso, analisi psicologiche da televisione di pomeriggio, “era un bravo ragazzo”, abusi di droghe ed alcol un tanto al chilo, ribalta nazionale perché ogni comunità reclama le sue Sara e le sue Yara.
Ci mancano solo le analisi “politiche” su cosa è il divertimento serale, e notturno, di destra e di sinistra; speriamo si astengano. Del resto, dirlo sarà anche qualunquistico, ma se c’è un segmento sociale, un soggetto dal quale la politica di destra e sinistra è distante anni luce sono proprio quei giovani che il week end lo passano nei locali.
La triste realtà è molto poco affascinante, anche da un punto di vista mediatico, e drammaticamente prosaica. Un delitto di periferia consumato al buio della periferia. Ragazzi “normali” che si scagliano l’uno contro l’altro per futili motivi, chi frequenta locali lo sa, le risse sono all’ordine del giorno, anche nei posti “giusti”. Qualche volta sono occhi neri, costole incrinate, domenica notte una coltellata al cuore, non metaforica. Chi può solo immaginarsi cosa ci vuole per colpire una persona mortalmente al cuore? Il livello di forza, di rabbia cieca?
Questi fatti di cronaca, così brutali da sembrare irreali, ma purtroppo succedono, sono campanelli di allarme tragici, punte di iceberg. Nascono e prolificano in un humus di solitudine e precarietà, le condizioni di patimento maggiore dei giovani oggi, siano essi consapevoli o meno del loro stato. La “caduta dei valori”, da tutti esecrata, è proprio la condizione culturale di massa che fa comodo al potere. E’ coltivata, alimentata, ogni giorno che Dio manda in terra. Bene lo aveva capito, ed anticipato, Pasolini. Il dominio sull’ignoranza è quello più facile. State buoni, ragazzi, tanto avete il fine settimana per sfogarvi. Cosa importa se non avete un lavoro, se a trent’anni state ancora in casa con i genitori? Niente paura, c’è il week end che vi aspetta, l’industria della pasticca e del gin tonic. Una volta erano leoni e cristiani nel Circo.
E’ quasi matematica: un po’ ne muoiono sulle strade, un po’ in risse nelle discoteche. Darwinismo sociale allo stato puro, quale Stato potrà permettersi le pensioni a tutti questi scalmanati quando saranno vecchi?
E’ vero, niente di tutto questo giustifica il fatto di uscire di casa con il coltello in tasca. Ogni individuo è un universo a sé, e le voragini di orrore sono più o meno profonde in tutti noi, a volte non c’è nemmeno il coraggio di guardarci dentro. Al volte il confine tra il commettere un delitto o non farlo è solo un bicchiere di troppo, o il caso. Ma è anche vero che un individuo è anche il prodotto della sua educazione, delle sue frequentazioni, delle sue letture o non letture, del contesto in cui vive. Della sua famiglia. Ma che colpa può avere una madre se un figlio pianta un coltello nel petto di un suo coetaneo?
C’è anche un’altra lettura, quella della follia. Può far comodo, non c’è dubbio. E’ perfetta per tapparsi gli occhi e credere che delitti del genere siano solo “deviazioni” di personalità disturbate e che la società non c’entri nulla. Anche qui, storicamente i “pazzi” sono stati il capro espiatorio di molte nefandezze compiute da esseri assolutamente sani di mente.
Cosa resta allora? Innanzi tutto, tanta tristezza dentro, talmente tanta che non si può dire. Ognuno potrà chiamarla come vuole, ma quella è. Una tristezza talmente profonda che non può essere solo un fatto privato, ma è, deve, essere una condizione collettiva. Deve essere il sentimento di una comunità intera.
Cosa si può fare? Chi ha una risposta si alzi. Intanto, essere meno ipocriti, riconoscere il disagio quando c’è, ma non giustificare mai l’assenza di responsabilità. A venticinque anni si può, si deve, essere responsabili, verso se stessi e gli altri. E poi, rifiutare la normalità della violenza. Quello che è accaduto domenica non può essere bollato come normale, quasi fosse un incidente di percorso. Morire in giovane età è quanto di più anormale ci possa essere. Basta con questa tragedia della normalità. Per l'orazione sui valori, decliniamo l’invito. Chi ne parla, di solito non ce li ha e non li pratica. Gli esempi nelle cronache si sprecano. Più semplicemente, servirebbe un poco di amore verso il prossimo. Sì, proprio quello. Cristiano o laico, poco importa. Punto di vista.
Marco Ursano

