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Punto di vista. Il sole di Milano

Punto di vista. Il sole di Milano La Spezia 31 Maggio 2011 ore 10:36:36
di Marco Ursano

Ieri a Milano c’era una splendida giornata di sole, con il cielo terso, per quanto sia possibile per quel cielo. Immagino quindi che dalla finestra della casa in Via Padova del mio amico Massimo, dal suo quinto piano, il panorama non fosse stato quello solito, triste, di un campo sportivo circondato da pochi alberi rinsecchiti ed affogati nella nebbia da smog; ma di Milano tutta, palazzi e vie di una città che si era svegliata bene.

Il mio amico Massimo, una di quelle persone che anche se non le vedi per mesi, per anni, sono sempre accanto a te. E’ più di vent’anni che vive e lavora a Milano, emigrato dalla Spezia per amore e trattenuto dalla passione del suo lavoro, che è poi quello di aiutare gli ultimi. Massimo ha passato la sua vita in strada accanto alle bande di adolescenti dominicani e nei campi rom dell’hinterland, la sterminata periferia milanese che è diventata una macro regione di grigiore e degrado. Vive a Lambrate, un quartiere davvero multi etnico, con tutte le gioie e dolori del caso, se si prova ad uscire dal razzismo strisciante, anzi manifesto, di certa politica padana, e dall’agiografia alla “buon selvaggio” di certa sinistra, quella che giustifica tutto.

Ecco, i racconti di Massimo sono sempre stati racconti di verità. Un lavoro certosino, durissimo, per la vera integrazione, quella al di là dei facili luoghi comuni. Che è rispetto per le differenze e le culture, ma anche capacità di critica ai loro aspetti di arretratezza. Che è legalità ed osservanza delle regole di buona convivenza. Che si fonda sul lavoro, contrattualizzato, e sul diritto sociale e l’accesso all’istruzione ed al welfare. Nel quartiere di Via Padova, nel quale per anni qualcuno ha soffiato solo sul fuoco della tensione sociale, alimentando paure ed ignoranza, e dove il Comune di Milano ha saputo fornire solo risposte di repressione, la lista di Pisapia ha, letteralmente, sbancato.
Grazie al lavoro, paziente, di persone come Massimo, che hanno realizzato nei fatti la filosofia dell’inclusione sociale, trasformandola in buona prassi, come si dice oggi. Basta accompagnarlo quando porta a scuola le sue due meravigliose bambine per capire cosa significa. Respirare l’aria di cordialità, autentica, non formale, tra genitori e bambini di diversi paesi.

Milano è sempre stata città simbolo e crocevia. Un luogo dove la storia non solo è passata, si è fatta. Basta rileggere “Uomini e no” di Elio Vittorini, e si capisce cosa è stata la Milano della Resistenza, peraltro raccontata da un milanesissimo siciliano. Da Milano è passato il boom economico del dopoguerra, l’immigrazione massiccia dal sud Italia, la classe operaia da stracciona è diventata nobile, e soggetto politico e sociale a tutti gli effetti.
Milano è stato il palcoscenico privilegiato della strategia della tensione e degli anni di piombo, per poi virare verso il craxismo degli anni ottanta, dove le note dei Weather Report nello spot dell’amaro Ramazzotti facevano da colonna sonora alla nascita della più grande ristrutturazione sociale e politica, ed autoritaria, del dopoguerra. Quella che, nel giro di vent'anni, ha portato ai minimi termini la ridistribuzione del reddito ed allargato la forbice sociale. Quella che ha istituzionalizzato il concetto che a pagare le crisi devono essere sempre pensionati, lavoratori e giovani.

Il Berlusconismo con il suo mix di televisioni commerciali e cemento e potere e relazioni organiche con certi poteri è nato proprio in quegli anni. Milano fu anche il teatro nel quale si è recitata tangentopoli, operazione giudiziaria funzionale al repentino ricambio di classe dirigente, nel quale Berlusconi e la Lega si sono rafforzate, dove è transitata la bolla delle new economy sino ad arrivare alla nuova cementificazione massiccia degli anni duemila, guidata dall’intreccio di potere tra politica di centrodestra, affaristi e CL.

E Milano è stata anche per molti anni città europea, cosmopolita e dinamica, nel quale creatività, arte e cultura hanno saputo dialogare con l’industria, ricettiva, figlia di una borghesia di sguardo internazionale, infastidita dal provincialismo e dagli eccessi. Pensiamo alla stagione del grande designer industriale e dell’architettura, con nomi come Tomas Maldonado ed Ettore Sottsass; quella del Piccolo Teatro, la nascita della discografia moderna, la stessa industria della moda. E gli esempi sarebbero molti altri.
Anche la Milano di fine anni ottanta, nonostante l’edonismo reaganiano ed i paninari, era una città che ancora riusciva a pulsare di novità ed accoglienza.

Troppo semplicistico, ed un tantino in malafede, affermare che la vittoria di Pisapia sia stata solo una reazione a certa politica dell’insulto sistematico, a “zingaropoli” ed ai manifesti giudici-br. Intanto, ha contato un oggettivo malgoverno della Moratti, che ha saputo solo favorire la grande speculazione e rincorrere le politiche populistiche della Lega. Teniamo ben presente che, al di là del valore simbolico del governo della città di Milano e delle sue oggettive ricadute sugli scenari nazionali, la cosa che più irrita Berlusconi ed i suoi è non potersi più spartire la torta Expò.

La vera novità, che ha giocato il ruolo principale, è stata la capacità di Pisapia di ricostruire un “blocco sociale” devastato da venti anni di berlusconismo. Settori avanzati della borghesia produttiva, delle professioni, insieme ad un variegato mondo giovanile, studenti e precari. Pezzi del lavoro pubblico, tartassati e consapevoli. Lavoratori e pensionati dei quartieri popolari colpiti dalla crisi e lasciati soli, solo in balia della demagogia. Settori consistenti del mondo cattolico. Ed anche piccola e media impresa e commercio.

E’ giusto definirlo un risveglio civile del Paese, perché è così. Un fenomeno di massa, che va anche al di là dei risultati di queste elezioni amministrative, che davero sanciscono la fine di un'epoca. I pezzi, e i prodromi, si sono visti nei mesi scorsi. Nelle manifestazioni degli studenti e dei precari, nelle piazze piene di donne. Nello sciopero generale della CGIL e nella battaglia della FIOM per i diritti dei lavoratori.
Un’occasione per tutti, dopo un torpore durato un ventennio. Anche per la politica. Per il centro sinistra, se saprà leggere davvero tra le pieghe delle domande che pongono quelle migliaia di giovani, a partire da Piazza Duomo a Milano, uscendo dalle dinamiche oligarchiche e clientelari e rinnovando davvero i gruppi dirigenti. E, paradossalmente, per il centrodestra, che ha l’occasione realmente storica di affrancarsi dal rais e rifondare un centrodestra moderno, europeo, rispettoso delle regole condivise della democrazia.

Finisco il pezzo citando, letteralmente, l’sms che Massimo mi ha inviato ieri, mentre era a festeggiare in Corso Buenos Aires. “Cazzo Marco gli ultimi anni sono stati il dominio della drangheta, di CL e del peggior affarismo. Le foto non te le posso fare, me le emozioni posso passartele.” Punto di vista (suo e mio).

Marco Ursano




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