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Punto di vista. Il mio cuore è in piazza Jamaa el Fna

Punto di vista. Il mio cuore è in piazza Jamaa el Fna La Spezia 29 Aprile 2011 ore 10:13:13
di Marco Ursano

Il mio cuore è laggiù, a Piazza Jāmiʿ el-Fnā. Il mio cuore è spezzato per sempre, senza rimedio, la mia mente è offesa. Perché là c’è un pezzo della mia vita. Marrakech, Piazza Jāmiʿ el-Fnā, giornate indolenti e senza tempo, seduto con mia moglie ad un tavolino all’aperto, sorseggiando un tè alla menta, caldo e zuccherato, coltivando il nostro amore come una pianta che riceve il sole, guardando scorrere la vita di fronte a noi.
Il passaggio dei secoli, il transito delle genti d’Africa, del loro commercio di pelli, di vasi, di monili d’argento, di tappeti lavorati a mano. Dei venditori d’acqua e di succo d’arancia, degli incantatori di serpenti. Dei cantastorie, dei maghi, dei ciarlatani, dei guaritori, dei commercianti di spezie. Delle scimmie urlanti, dal ghigno osceno, legate a catene di ferro e lanciate sulla folla; dei cammelli che guardano chissà dove con quelle espressioni serafiche e ruminanti. Dei motorini che sfrecciano noncuranti della folla, delle donne velate con i piedi e le caviglie disegnati di henne. Delle giovani in minigonna dagli occhi azzurro berbero, belle da fermare il cuore; delle turiste francesi ciccione e danarose, che cinguettano dietro i loro ragazzi disponibili ed adolescenti in cerca di fortuna e così va bene anche una notte d’amore, basta che mi porti via con te, madame, a Parigi, in Francia. Delle comitive di italiani, che per dire limone in francese dicono “lemon”. Degli intellettuali europei alla Paul Bowles, in cerca delle loro emozioni letterarie, ma che non ci sono più. Dei ricordi di Canetti e delle sue mille voci.

Degli storpi, dei gobbi, dei monchi, dei ciechi, dei carretti medievali carichi di legna, di mattoni di argilla, di ogni sorta di mercanzia, trainati dagli asini, trainati da vecchi con barbe bianche e pelli raggrinzite dal lavoro sfiancante e dal sole. Delle bandiere rosse con la stella verde del Marocco al centro, che sventolano immense al vento che soffia dal deserto del Sahara e dal mare atlantico. Dei maestri di scuola, degli autisti, della corsa a perdifiato dei camerieri. Dei meccanici che riparano tutto, basta una vite ben avvitata, un colpo di martello, un pezzo di ricambio che ha cento anni e che è stato saldato in cento motori. Degli artisti del ferro battuto, del legno, della ceramica. Degli stilisti, dei barbieri ambulanti, dei dentisti ambulanti, dei soldati deambulanti, dei poliziotti grassi, incazzati e stanchi. Dei giornalisti che non sono liberi, di quelli che combattono ogni giorno per esserlo, e di quelli che leccano il culo. Del ritratto del Re, onnipresente ed onnisciente. Dei truffatori, delle false guide. Della polizia turistica, che non si vede mai, ma che tutti sanno che c’è. Degli architetti francesi, dei gestori di riad francesi, degli agenti immobiliari francesi, dei gourmet francesi, degli agenti segreti francesi.

Dei bambini che implorano cadeaux e dirham e ridono, così, con quegli occhi infiniti che abbracciano il mondo intero e te li porteresti via tutti e che poi corrono via. Dei tassisti assetati di turisti, dei turisti assetati di cocacola, confusi dalla polvere, storditi dal caldo torrido, dal cielo blu cobalto, dagli odori di carne di montone arrostita, di coriandolo, di cumino, di menta, di merda e di spazzatura. Delle decine di ristoranti volanti che si materializzano al tramonto africano, con le teste di capra esposte, le brochettes sfrigolanti, le tajne fumanti ed in sottofondo il suono continuo dei tamburi. Di tutta quella moltitudine, formiche umane brulicanti, vocianti, un alveare di razze, di voci, di lingue. Dell’annuncio della preghiera della sera, evocato da mille voci metalliche dei muezzin, del volo degli aironi contro la luna, dello strusciare dei gatti sui polpacci. Dei minareti vicini e lontani, che sorvegliano la terra ed il cielo. Dei bastioni rossi, dei tetti rossi, delle facciate delle case rosse, del rosso dell’argilla con cui tutta la città è stata costruita. Delle scuole coraniche, delle banche e delle biblioteche.

Del labirinto e delle merci del Souk, quello più grande dell’Africa, che convive con le case della Medina, dove ti puoi perdere per sempre e per un’ora o per un giorno, quello dove puoi nuotare come un naufrago della vita, nel dedalo delle vie di tappeti e dei muri di babouche di ogni colore, di stoffe e di piramidi di spezie, di argenti, di pasticcerie e macellerie e di serragli di uccelli, capre, mucche, asini, cammelli, cani randagi e mendicanti e di pelli essicate al sole e tutti che urlano, che ridono, con musica araba e pop occidentale a tutto volume. Dove puoi chiedere tutto, comprare tutto, contrattare ogni cosa, al ribasso dei ribassi, anche per la felicità, c’est vostre dernier prix?

Dei bar che guardano sulla piazza. Delle loro terrazze, meta ambita di ogni viaggiatore.

Della terrazza del caffé Argana, quella che ha una delle viste migliori sulla Jamaa el Fna e dove ti buoi bere anche una birra gelata. Quella colpita a morte.

Il caffé Argana colpito a morte ieri. Un kamikaze, o più di uno, non importa. Un giovane che ordina una spremuta d’arancia, le spremute di arancia del Marocco, di Piazza Jāmiʿ el-Fnā, sono le più buone del mondo (non me ne vogliano i siciliani), la sorseggia lentamente, si guarda intorno, osserva una delle piazze più belle e più vive del nostro pianeta e poi si fa esplodere insieme a quattro bombole del gas ed una valigia piena di esplosivo e di chiodi. Quindici morti, centinaia di brandelli di carne sparsi nel vento, insieme alle macerie della città.

Che il vostro Dio, se ce l’avete, vi maledica per sempre. Maledica voi e tutti i fanatici integralisti terroristi di questo mondo. Maledica tutti voi, ed i vostri attentati, in tutte le parti del mondo. Maledica le vostre parole di odio e di ignoranza. Voi, bastardi, che avete osato colpire uno dei simboli dell’Africa, della convivenza tra genti diverse, tra religioni diverse, tra culture diverse, il punto di incontro e di riparo dei viandanti, il cuore degli scambi e dei commerci, il crocevia dei crocevia. Un luogo di divertimento, di aggregazione; il luogo delle famiglie, degli amici, degli amori che nascono e muoiono, delle storie raccontate, vere ed inventate. Un luogo di pace e di rispetto. Un luogo dove la vita scorre come un fiume in piena e continuerà a farlo, nonostante voi, bastardi senza onore, voi e chi vi guida.

Il Marocco oscilla tra tradizione e modernità. Una monarchia con qualche apertura, il Re nomina i ministri e il parlamento è elettivo. Una legislazione civile più avanzata che nel resto del Maghreb, con un codice della famiglia sulla carta più favorevole alla condizione femminile. Le disuguaglianze sociali sono profonde, disoccupazione, povertà, isolamento caratterizzano diverse regioni, specialmente al sud; il sistema sanitario è di buon livello, la corruzione degli apparati dello Stato è un problema endemico, il tasso di analfabetismo è di circa il 41% tra gli uomini e del 50% tra le donne (quest’ultimo dimezzato del 50% negli ultimi 50 anni), la rete autostradale ed in genere i trasporti sono buoni rispetto agli standard africani, il paese pullula di Internet Point e dispone di una notevole copertura GSM anche nelle zone più sperdute.
Il turismo, con le relative sottofiliere economiche, è un’industria strategica per lo sviluppo, nel 2009 ci sono stati più 8 milioni di visitatori e il dato cresce ogni anno, l’obbiettivo del governo è raddoppiare la cifra entro il 2020.

Una società stratificata e comunque dinamica, caratterizzata da una miriade di movimenti ed associazioni, molti partiti politici, il Marocco negli ultimi mesi è entrato a pieno titolo nel processo di liberazione che ha investito tutto il nord Africa sino alla Siria ed allo Yemen. Migliaia di persone sono scese in piazza, a Marrakech, Rabat, Casablanca, chiedendo democrazia e riforme. La bomba del caffé Argana è innanzi tutto contro questo movimento. E’ contro il popolo del Marocco e tutti i popoli che nell’area lottano per la libertà. Punto di vista.

Marco Ursano

Foto: 2007 Marrakech, Piazza Jamaa el Fna al tramonto, il Cafè Argana è sullo sfondo


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