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Punto di Vista. I ricchi non piangono. Mai

Punto di Vista. I ricchi non piangono. Mai La Spezia 17 Agosto 2011 ore 10:00:03
di Marco Ursano

L’elemento di maggiore evidenza, e di cui pochi parlano, dell’ultima manovra del governo (e del conseguente dibattito politico) è il suo impianto ideologico. In poche parole: facciamo pagare crisi e debiti causati dalla speculazione internazionale coadiuvata dalle agenzie di rating, dalle banche, dalle politiche ultra liberiste dei governi ai soliti noti, lavoratori, pensionati, classe media produttiva. Fare subito cassa, per compiacere i creditori (che sono istituti di credito privati, signori, o qualcuno crede siano organismi pubblici?), tagliando ancora welfare e garanzie sociali, rastrellando soldi subito, laddove si possono recuperare facilmente. E, questo è l’assunto ideologico principe, senza toccare i ricchi. Neanche un po’.

Desta già scandalo il “contributo di solidarietà” (che comunque pesca nel lavoro dipendente, anche se privilegiato), figuriamoci la sola idea di una patrimoniale che colpisca chi possiede ville, yacht, auto di extra lusso e quant’altro. Una misura bolscevica. Come far pagare davvero chi evade le tasse, quelle categorie e corporazioni professionali che, si scopre una mattina, dichiarano cifre come 14mila, 15mila euro annui. Meno che un operaio di Fincantieri, poverini.

Meglio aumentare l’Iva, che andrà a toccare il consumatore finale, il cittadino; colpire un’altra volta gli enti locali con tagli forsennati, a scapito di diritti e servizi specialmente per le classi più deboli; attaccare le pensioni di anzianità, cioè fare il mazzo a chi ha lavorato per 40 anni; e, vuoi non mettere a posto i dipendenti pubblici nullafacenti e quei rompicoglioni di operai metalmeccanici che pretendono un contratto nazionale unico? I primi li trasferisco e non gli do la tredicesima ed il TFR; ai secondi gli faccio un contrattino localizzato e li licenzio quando mi pare. Così imparano.

Vedo già i benpensanti della modernità che sbuffano: che palle, che cose antiche. Il lavoro, i diritti, le classi sociali, non ci sono più. Vero, allora buttiamo nel cesso anche il 25 Aprile e il Primo Maggio, feste obsolete da trinariciuti; vedrai come sarà contento l’uomo del golfino, che se non vende le cinquecento agli americani è tutta colpa degli operai poco produttivi, perché gonfi di ravioli e rosticciana sbafati durante la gita fuori porta. Qualcuno però poi lo spieghi a ristoratori e albergatori, già incazzati al pensiero del mancato introito dei ponti lunghi; e poi volete anche che paghino le tasse?

Stupisce anche un po’ (ma in fondo non più di tanto) che questo impianto ideologico sia condiviso, sostanzialmente, dall’opposizione e da alcuni sindacati. Non stupisce dalla Confindustria, del resto rappresentante della categoria con la più alta percentuale di evasione fiscale in Italia, il 32%; sono quelli che predicano rigore (berlusconiani entusiasti della prima ora) e chiedono una stretta ulteriore su lavoro e pensioni.
Tornando a questa opposizione a basso tasso di midollo spinale, tremano davvero i polsi quando si evince che il cardine della balbettante contro-manovra del PD è una tassettina ulteriore sui capitali rientrati dalla scudo fiscale, quelli del 5%. Talmente difficile da applicare che piace anche ai falchi del PDL (perchè non proponete la patrimoniale, compagni, ce lo spiegate?). Bello anche il “luci ed ombre” di Di Pietro, che gode per la farsa dell’abolizione delle provincie (ci torniamo), mentre la ricetta salvifica dei vari Casini, Fini, Rutelli è l’ammucchiata responsabile che aumenta l’Iva e “riforma” le pensioni. Un'opposizione che, in sintonia ideologica con il governo, acconsente alla svendita delle aziende pubbliche che andrebbero, semplicemente, ripulite dall’occupazione degli incapaci messi lì proprio dalla politica in ruoli dirigenti e nei Cda. A chi le diamo, signori, a quali furbetti del quartierino, a quale nuova P4?

Una menzione speciale, se la meritano davvero, va ai compagni calciatori, che compatti non vogliono pagare il contributo di solidarietà, scaricandolo sulle virtuose (per il fisco) società sportive. Ognuno tragga le sue conclusioni.

Sulle provincie. Oltre lo stucchevole, e in questo caso davvero provinciale, dibattito cittadino da bar se andare con Genova o con Massa-Carrara, anche qui bisogna evidenziare la filosofia di fondo. Non è che si aboliscono, ci vorrebbe una riforma costituzionale e poi sostanzialmente nessuno lo vuole; si riducono, attraverso parametri di numero di abitanti e superficie territoriale. Ma i poteri e le funzioni di quelle che saltano non sono derogate ai comuni, bensì accorpati alle provincie più grandi. Risultato: il modello Liguria, dove la Regione andrà a coincidere con l’unica Provincia. Geniale.

Al di là dell’ironia, che ormai si fa più per disperazione che per gusto, bisognerebbe essere consapevoli che non solo il nostro Paese, ma tutto l’Occidente, è sull’orlo del precipizio. Tassi di disoccupazione insostenibili, zero crescita, crollo dei mercati finanziari. E’ l’esplosione, o l’implosione, di un modello economico e politico basato sulla privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. E’ da oltre trent’anni che la ricchezza è sempre meno re-distribuita e che la forbice sociale tra le classi aumenta. Ormai, il default globale è dietro l’angolo, e questo sarà un autunno molto caldo, e non solo in Italia.

Come se esce? Difficile dirlo adesso. Certo è che ci vuole una robusta inversione di tendenza a partire dal nostro Paese. Altro che responsabilità generale, che vuol dire che pagano sempre i soliti. Devono pagare i ricchi, e gli evasori fiscali. Patrimoniale subito, da applicare alle grandi concentrazioni di ricchezza. In Italia, chi possiede decine di appartamenti è stato premiato con la cedolare secca del 20%. Qualcuno vada nei porticcioli a fare l’inventario di panfili, nei garage quello dei SUV. Si rendano tracciabili le transazioni di denaro. Si abolisca il segreto bancario (di fatto non c’è nessuna legge che in Italia lo sancisce) come succede negli altri paesi che consentono l’accesso ai conti correnti per le verifiche fiscali, a partire dagli Stati Uniti che sono un modello solo quando fa comodo. Si stabiliscano dei tetti minimi di dichiarazione per categoria, basati su dati reali e verificati, sotto i quali scatti automaticamente il controllo fiscale.

E poi riformare la pubblica amministrazione, riducendo sprechi, investendo in formazione, ottimizzando i servizi, combattendo davvero i privilegi e il malcostume laddove si annidano, senza generalizzare. Puntare sulle nuove tecnologie e sulla Rete, sulle energie rinnovabili. Sulla ricerca e la qualità dell’innovazione. Sulla cultura e sul turismo, noi che possediamo il più grande patrimonio artistico e di beni culturali del mondo. Su infrastrutture realmente utili per la mobilità e lo sviluppo, non per il magna magna come la TAV. Si faccia emergere il lavoro nero, si valorizzino i giovani talenti facendoli uscire dalla precarietà. Si rinnovi, profondamente, la classe dirigente ad ogni livello. E tanto altro che si può fare. Intanto, cominciamo ad invertire la filosofia di fondo. Affinchè piangano un poco anche i ricchi. E, soprattutto, affinchè si evitino pericolose derive sociali e politiche, anche queste dietro l'angolo in ogni momento epocale di crisi, come la storia insegna. Punto di vista.

Marco Ursano

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