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Punto di Vista. Come mai, come mai sempre in …. agli operai?

Punto di Vista. Come mai, come mai sempre in …. agli operai? La Spezia 21 Gennaio 2011 ore 10:30:56
di Marco Ursano

Alzi la mano chi si ricorda di un modello di auto FIAT, dopo Panda e, forse, Punto, che ha fatto tendenza, stile, moda. Magari la Multipla, definita una volta dal comico livornese Paolo Migone “un’edicola con le ruote”? Ed ai giorni nostri, per le nostre strade, qual è il modello di punta, che tutti desiderano, che fa status? Forse la nuova 500 per fighetti, dal devastante rapporto qualità/prezzo?

Domande retoriche. Forse dobbiamo aspettare i “venti nuovi modelli” promessi dal top dei top manager Marchionne qualche hanno fa, mai visti. O forse il filosofo ed innovatore si riferiva a venti nuovi modelli di maglioni di cashmere, quelli che costano cadauno la metà di uno stipendio di un operaio di Mirafiori, Termini Imerese e Pomigliano.

Si, proprio loro, quelli sfaccendati, assentisti: che vogliono anche le pause, pensa un po’, e magari gli rompe i coglioni lavorare sabato, domenica e la notte. La causa di tutti i mali. Se FIAT, dati fonte Acea, segna la variazione di vendite peggiore di tutti i gruppi europei, meno 28,6 %, confronto tra i mesi di Aprile 2009 e 2010, certamente è colpa loro.

Come del fatto che nel 2009 la Fiat ha prodotto 650 mila auto in Italia, appena un terzo di quelle realizzate nel 1990, mentre le quantità prodotte nei maggiori paesi europei sono cresciute o rimaste stabili. E che la Fiat spende per investimenti produttivi e per ricerca e sviluppo quote di fatturato significativamente inferiori a quelle dei suoi principali concorrenti europei. Si vede anche dalle stupende auto che realizza e che propone sul mercato, la cui quota in Europa è scesa al 6,7%. La caduta più alta registrata nel continente nel corso del 2010. Tutte colpe dei lavoratori in catena di montaggio, maledetti fannulloni.

Che in confronto ai meriti del top dei top proprio si devono vergognare. Per esempio: nel terzo trimestre del 2010 la Fiat guida la classifica di redditività per gli azionisti, con un ritorno sul capitale del 33%. Non c’è da stupirsi, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni duemila, i contributi pubblici dal governo italiano alla FIAT sono stimati nell'ordine di 500 milioni di euro l'anno. I top dei top come Marchionne ed i suoi predecessori possono tenere conferenze nelle maggiori università mondiali sul tema del capitalismo autonomo dalla politica e dal pubblico, dal titolo “come una grande azienda innovativa si regge con le sue proprie gambe”.
Per questo, l’uomo del golfino guadagna 250 volte il salario di un operaio.

Certo, ha pensato Marchionne, bisogna fare qualcosa anche per riprendersi in produttività e riconquistare quote di mercato, altrimenti stipendi dei manager e dividendi scendono. La soluzione è sempre quella, scuserete l’eufemismo: fare il culo agli operai. Costringendoli a votare un accordo/ricatto che prevede riduzione delle pause, ulteriore flessibilità imposta, come lavorare dieci ore il giorno per quattro giorni di seguito se l’azienda decide, rinunciare al sabato libero, straordinari obbligatori. E poi, se dal 2010 l’assenteismo dovesse non scendere sotto il 4%, i primi due giorni di malattia a ridosso delle feste, delle ferie e del riposo settimanale non saranno più pagati. Ed ancora, drastica riduzione del diritto di sciopero, nessuna rappresentanza per i sindacati che non firmano. Questa la parte più grave, anche culturalmente parlando, quella che, insieme alle altre, impacchetta i lavoratori FIAT in una macchina del tempo e li spedisce a prima delle due guerre mondiali.

E l’uomo del golfino cosa offre in cambio agli sfaccendati? Promesse teutoniche di aumenti, che per ora non si sono visti. Come non si è ancora visto il nuovo piano industriale dalle magnifiche sorti e progressive, quello che dovrebbe rilanciare le auto italiche nel mondo.

E’ cronaca che poi l’accordo sia stato approvato con un risicato 55% nel quale sono stati determinati i capi e gli impiegati, quelli che la catena di montaggio non la vedono neanche dalla finestra del proprio ufficio.
Un’amara soddisfazione il no al 45%, che però significa, e molto: che in questo Paese di nani, ballerine e puttanieri, donne e uomini che guadagnano 1200 euro, svolgendo un lavoro duro ed usurante, che per capirlo bisognerebbe provarlo, hanno dato a tutti una lezione impagabile di orgoglio, dignità e democrazia. Dicendo di no al ricatto, all’arroganza, all’arbitrio e all’autoritarismo.

Imprese come la Volkswagen hanno cominciato ad uscire dalla crisi attraverso accordi sindacali che hanno ridotto l'orario, limitato la perdita di reddito e tutelato capacità produttive e occupazione. Risultato: la produzione riprende, così come la domanda. Certo, ci vogliono innovazione, ricerca, gestione oculata, marketing efficace. Lavoratori motivati, con salari adeguati, dignità, diritti, e competenze rinnovate. Ed un clima aziendale collaborativo, con relazioni sindacali corrette nelle quali ognuno fa il proprio mestiere nel rispetto reciproco.

Ma queste cose in questo Paese sembrano una chimera. In assenza di vere politiche industriali e di sviluppo, con un Governo che invece di essere arbitro è tifoso (dei potenti), cosa c’è di meglio che recitare il vecchio mantra del costo del lavoro (che, dimenticavamo, in FIAT incide del 7%) e della produttività dei lavoratori?

L’uomo del golfino è l’alfiere di una nuova, e durissima, lotta di classe, cioè dell’ennesimo attacco delle classi dominanti al mondo del lavoro. Ha gioco facile. La fase storica, che conta debolezza sindacale e l’ignavia dell’opposizione, glielo consente. Ma non sarà sempre così. Quel 45% di no significa che non tutto è perduto. Un'Italia sana c’è ancora e resiste, facciamola crescere. Resistiamo. E’ una battaglia anche culturale: ribaltare l’assurda pretesa che a pagare siano sempre i più deboli. Punto di vista.

Marco Ursano




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