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Punto di Vista. Ciao Mario, maestro del secolo breve

Punto di Vista. Ciao Mario, maestro del secolo breve La Spezia 30 Novembre 2010 ore 08:55:44
di Marco Ursano

C’è un gioco che gira su Facebook, un poco snob ed un poco scemo, quindi divertente, nel quale bisogna compilare la lista dei propri quindici film preferiti di tutti i tempi. Nella mia ci sono, senza alcun dubbio, due film di Mario Monicelli: “L’armata Brancaleone” e “I soliti ignoti”.
Due capolavori, non tanto per la freschezza narrativa delle sceneggiature piene di spunti e di trovate, per i dialoghi fulminanti con battute irresistibili, per le magistrali interpretazioni attoriali; e per la cura visiva delle inquadrature e la profondità dello sguardo.
E non solo per il loro valore, oltre che di opere d’arte, di veri e propri ritratti sociologici della società italiana, uno nella contemporaneità della fine degli anni cinquanta ed uno che riesce a parlare del presente attraverso il racconto del passato. E, ancora, non solo per la valenza autenticamente politica, per la scelta di campo nel raccontare le storie degli ultimi e degli umili, di chi non è stato toccato dal boom economico e di chi vuole affrancarsi da una dimensione feudale da servi della gleba. E per il divertimento assoluto e garantito di una comicità mai grassa e volgare.
C’è tutto questo in quei film, e nel cinema di Monicelli, ingiustamente classificato come regista di “commedia all’italiana” mentre il suo cinema, senza voler nulla togliere alla Commedia, a patto che la si consideri nella concezione aristotelica, è molto di più.

Nel cinema di Monicelli, come in quello di altri maestri della settima arte, al di là della diversità degli stili e dei linguaggi, c’è la “densità filmica”. Un tratto distintivo, che identifica i grandi autori, i cavalli di razza del cinema da coloro che sono, semplicemente e per fortuna, ce ne fossero, solo buoni registi.
La densità filmica è la capacità di raccontare la Storia attraverso una scena, pochi fotogrammi. A volte solo con una battuta. Un esempio. Nell’Armata Brancaleone c’è una sequenza davvero toccante: la morte di Abacuc. Un attore straordinario, Carlo Pisacane, già Capanelle nei Soliti Ignoti. Abuc si abbandona alla morte, tra le frasi e le lacrime di commiato dei suoi compagni di ventura, o di sventura. Saluta un mondo di fame, paura e di botte con la promessa di uno migliore. Si addormenta tra le braccia dei suoi amici e fratelli, all’interno del suo scrigno che si richiude su di lui per l’ultima volta. Abacuc non ce la fa più, ha sofferto troppo, non riesce più a proseguire il cammino, quella sorta di pellegrinaggio laico che è il filo conduttore di tutto il film.

E’ una sequenza che dura una manciata d’istanti, e che, oltre all’estrema commozione priva anche della più piccola traccia di facile retorica, racconta un mondo intero. Racconta l’intima essenza della vita delle persone umili. E lo fa in una duplice accezione: soggettiva e collettiva. E’, al contempo, ritratto emotivo e analisi sociale.

Ecco, quando ho appreso del suicidio a 95 anni di Mario Monicelli, ho pensato alla morte di Abacuc/Capanelle/Pisacane. A chi, prostrato dalla vita, è stanco di vivere. Si ricusa a vivere, come scriveva Pier Paolo Pasolini, altro maestro, e dimenticato.
Ricordo una recente intervista televisiva di Monicelli. Il solito leone lucido e sferzante, ma con una tristezza solida nel profondo degli occhi. Adesso è facile a dirsi, ma il ricordo è proprio questo.
Mario Monicelli ha voluto porre fine alla sua straordinaria vita perchè stanco di vivere. Sicuramente per sottrarsi alle sofferenze della sua malattia. Un gesto di coraggio e di consapevolezza, checché ne dicano coloro che professano l’oscenità del dolore reiterato sino alla fine. Ma, forse, non c’è solo quello. In quell’intervista televisiva, il grande regista parlò della frustrazione che gli causava il vedere come si era ridotto questo nostro Paese, com’era diventato. Un dolore lancinante per un’intelligenza ed un cuore onesti come i suoi.
Forse, nessuno potrà mai saperlo, e forse è anche un’irrispettosa forzatura, nella scelta della sua fine, per Mario Monicelli ha pesato il sapere il nostro paese ostaggio di gerontocrazie e di ruffiani, e nel quale gli umili e gli ultimi continuano a soffrire delle colpe dei furbi. Forse.

Ci restano i suoi film, se qualcuno avrà la grazia di riproporli e qualcun altro la voglia di rivederli. O di vederli per la prima volta. Andrebbero proiettati nelle scuole, se questo paese fosse davvero un paese civile. Ciao Maestro del novecento, ci mancherai. Punto di Vista.

Marco Ursano

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