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P.O.V. Punto di vista
La Spezia 16 Dicembre 2010 ore 09:05:36
di Marco Ursano
Qualche giorno fa a Londra è stato arrestato durante una manifestazione studentesca Charlie Gilmour, il figlio di David, chitarrista dei Pink Floyd. Quando la vita compenetra l’arte, e viceversa: il padre nel 1979 suonò uno degli assoli di chitarra più memorabili della storia del rock nel pezzo “another brick in the world”, un brano che diventerà un simbolo della ribellione generazionale contro l’autoritarismo dell’establishment scolastico e del potere; e 31 anni dopo il figlio è tra i protagonisti di uno dei movimenti studenteschi inglesi più radicali, una protesta contro i tagli e l’aumento delle tasse universitarie proposti dal governo che, secondo gli studenti, trasformeranno definitivamente l’istruzione inglese, già classista di per sè, in un affare davvero per pochi figli di ricchi.
L’insofferenza per il sistema educativo del Regno Unito, ancora intriso di militarismo vittoriano, è nota tra gli studenti inglesi, e il rock britannico, anche dopo i Pink Floyd, ne è pieno di esempi. Gli Smiths nel 1985 cantavano “vampiri bellicosi/dirigono le scuole di Manchester/porci smidollati/ cervelli di cemento”. C’era la Thatcher, e le proteste dei minatori contro le politiche sociali della Lady di Ferro s’intrecciavano a quelle degli studenti, il clima era teso.
Anche nel nostro paese, nel 1985 ci fu uno dei primi movimenti studenteschi, se non il primo negli anni del riflusso e del disimpegno post settanta. L’obiettivo delle mobilitazioni era la riforma dell’allora ministro Franca Falcucci, democristiana. Lo slogan del movimento è memorabile, ma non si può scrivere, chi c’era ricorda. Poi venne il 1990 con la Pantera, e c’era ancora il CAF, Craxi, Andreotti e Forlani al governo del paese. Chi, come chi scrive, in quei mesi dormiva spesso in facoltà, mai avrebbe pensato che ci potesse essere qualcosa di peggiore per il nostro Paese dopo di loro. Come ci sbagliavamo.
Eh sì, perché a volte la storia sembra proprio un infinito ripetersi di sequenze, specialmente quella recente, la contemporanea. Gli scontri generazionali si susseguono, assumono sfumature politiche e culturali, linguaggi diversi, ma, sostanzialmente il copione non cambia. Il centro del contendere è sempre l’istruzione, la scuola e l’università. Da una parte giovani che vogliono dire la loro e rivendicano diritti, accesso, strutture e cittadinanza, dall’altra i tromboni del potere che, con la scusa di riformare, affossano la cultura, la ricerca e la scuola pubblica, perpetuando il sistema di clientele, baronie e di sprechi, funzionale alla preservazione del consenso e degli interessi di pochi, specie gruppi privati.
E spesso le vicende della storia ci hanno raccontato che chi prima era giovin rivoluzionario poi è passato nelle schiere dei tromboni, ma la sostanza cambia di poco.
Anche in questi giorni la storia si ripete. Il movimento contro la riforma Gelmini, molto ampio, diffuso e vitale, due giorni fa a Roma ha segnato un punto di svolta, i loro leader dovranno riflettere, e con lucidità. Le ore che hanno visto gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine mentre alla Camera si stava votando la fiducia al Governo Berlusconi raccontano molto di più che una metafora storica. Al di là delle violenze esecrabili, e male hanno fatto molti studenti di un movimento sostanzialmente pacifico a farsi coinvolgere, quello che salta agli occhi è che questi ragazzi non ne possono più. Di precarietà, di saccheggio del bene pubblico, di clientele, di mancanza di garanzie e di merito, di sottocultura mediatica, di distruzione della socialità e della convivenza, dell’arroganza del potere. E non sono sfaticati, signor Presidente, sono fior di studenti, ricercatori, vengono dalla Normale di Pisa, per esempio. Conosce?
Le risposte alla loro volontà, legittima, di assediare il potere per avere udienza e fare proposte, sono, come al solito, sufficienza, sdegno, dileggio, condanna indiscriminata, appelli pelosi ai valori morali e civili. E repressione. Ci consentano, detto da chi vota secondo prebende ed elargizioni e da chi volta la gabbana in una notte, sono solo note stonate. Come cantavano Waters e Gilmour: solo un altro mattone nel muro. E ci consentano ancora: per noi reduci della democrazia e della gentilezza, gli studenti italiani ed europei che riempiono le piazze sono una boccata d’ossigeno sopra il pantano.
Ieri sono venuti a trovarci in redazione Giulia ed Alessio, due ragazzi di Marola, dei Murati Vivi. Hanno raccontato loro stessi, le loro idee, la loro battaglia e le loro speranze, ed il muro che ogni giorno si erge di fronte a loro, che impedisce la vista del loro futuro. Vogliono riprendersi il loro mare, il loro spazio. Abbattere per ricostruire, hanno detto. Guardate i loro volti, i loro occhi. Sono loro la parte migliore di questo paese, sono i giovani che si danno da fare nelle scuole e nelle università, per ridare a tutti noi una speranza. Punto di vista.
Marco Ursano
Punto di Vista. Another brick in the wall
La Spezia 16 Dicembre 2010 ore 09:05:36di Marco Ursano
Qualche giorno fa a Londra è stato arrestato durante una manifestazione studentesca Charlie Gilmour, il figlio di David, chitarrista dei Pink Floyd. Quando la vita compenetra l’arte, e viceversa: il padre nel 1979 suonò uno degli assoli di chitarra più memorabili della storia del rock nel pezzo “another brick in the world”, un brano che diventerà un simbolo della ribellione generazionale contro l’autoritarismo dell’establishment scolastico e del potere; e 31 anni dopo il figlio è tra i protagonisti di uno dei movimenti studenteschi inglesi più radicali, una protesta contro i tagli e l’aumento delle tasse universitarie proposti dal governo che, secondo gli studenti, trasformeranno definitivamente l’istruzione inglese, già classista di per sè, in un affare davvero per pochi figli di ricchi.
L’insofferenza per il sistema educativo del Regno Unito, ancora intriso di militarismo vittoriano, è nota tra gli studenti inglesi, e il rock britannico, anche dopo i Pink Floyd, ne è pieno di esempi. Gli Smiths nel 1985 cantavano “vampiri bellicosi/dirigono le scuole di Manchester/porci smidollati/ cervelli di cemento”. C’era la Thatcher, e le proteste dei minatori contro le politiche sociali della Lady di Ferro s’intrecciavano a quelle degli studenti, il clima era teso.
Anche nel nostro paese, nel 1985 ci fu uno dei primi movimenti studenteschi, se non il primo negli anni del riflusso e del disimpegno post settanta. L’obiettivo delle mobilitazioni era la riforma dell’allora ministro Franca Falcucci, democristiana. Lo slogan del movimento è memorabile, ma non si può scrivere, chi c’era ricorda. Poi venne il 1990 con la Pantera, e c’era ancora il CAF, Craxi, Andreotti e Forlani al governo del paese. Chi, come chi scrive, in quei mesi dormiva spesso in facoltà, mai avrebbe pensato che ci potesse essere qualcosa di peggiore per il nostro Paese dopo di loro. Come ci sbagliavamo.
Eh sì, perché a volte la storia sembra proprio un infinito ripetersi di sequenze, specialmente quella recente, la contemporanea. Gli scontri generazionali si susseguono, assumono sfumature politiche e culturali, linguaggi diversi, ma, sostanzialmente il copione non cambia. Il centro del contendere è sempre l’istruzione, la scuola e l’università. Da una parte giovani che vogliono dire la loro e rivendicano diritti, accesso, strutture e cittadinanza, dall’altra i tromboni del potere che, con la scusa di riformare, affossano la cultura, la ricerca e la scuola pubblica, perpetuando il sistema di clientele, baronie e di sprechi, funzionale alla preservazione del consenso e degli interessi di pochi, specie gruppi privati.
E spesso le vicende della storia ci hanno raccontato che chi prima era giovin rivoluzionario poi è passato nelle schiere dei tromboni, ma la sostanza cambia di poco.
Anche in questi giorni la storia si ripete. Il movimento contro la riforma Gelmini, molto ampio, diffuso e vitale, due giorni fa a Roma ha segnato un punto di svolta, i loro leader dovranno riflettere, e con lucidità. Le ore che hanno visto gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine mentre alla Camera si stava votando la fiducia al Governo Berlusconi raccontano molto di più che una metafora storica. Al di là delle violenze esecrabili, e male hanno fatto molti studenti di un movimento sostanzialmente pacifico a farsi coinvolgere, quello che salta agli occhi è che questi ragazzi non ne possono più. Di precarietà, di saccheggio del bene pubblico, di clientele, di mancanza di garanzie e di merito, di sottocultura mediatica, di distruzione della socialità e della convivenza, dell’arroganza del potere. E non sono sfaticati, signor Presidente, sono fior di studenti, ricercatori, vengono dalla Normale di Pisa, per esempio. Conosce?
Le risposte alla loro volontà, legittima, di assediare il potere per avere udienza e fare proposte, sono, come al solito, sufficienza, sdegno, dileggio, condanna indiscriminata, appelli pelosi ai valori morali e civili. E repressione. Ci consentano, detto da chi vota secondo prebende ed elargizioni e da chi volta la gabbana in una notte, sono solo note stonate. Come cantavano Waters e Gilmour: solo un altro mattone nel muro. E ci consentano ancora: per noi reduci della democrazia e della gentilezza, gli studenti italiani ed europei che riempiono le piazze sono una boccata d’ossigeno sopra il pantano.
Ieri sono venuti a trovarci in redazione Giulia ed Alessio, due ragazzi di Marola, dei Murati Vivi. Hanno raccontato loro stessi, le loro idee, la loro battaglia e le loro speranze, ed il muro che ogni giorno si erge di fronte a loro, che impedisce la vista del loro futuro. Vogliono riprendersi il loro mare, il loro spazio. Abbattere per ricostruire, hanno detto. Guardate i loro volti, i loro occhi. Sono loro la parte migliore di questo paese, sono i giovani che si danno da fare nelle scuole e nelle università, per ridare a tutti noi una speranza. Punto di vista.
Marco Ursano

